In tempi di crisi tutti devono fare la loro parte ma, il Governo, deve darsi delle priorità.

Ill.mo Presidente,

abbiamo ascoltato le dichiarazioni di alcuni Ministri e le indiscrezioni sulla futura manovra finanziaria provenienti dagli uffici preposti in cui si anticipano gli interventi e i sacrifici che il paese dovrà sopportare.
Ebbene, se ognuno deve fare la propria parte ed è indubbio che in un paese serio sia così, allora chi governa deve fare delle scelte e darsi delle priorità e queste debbono seguire un solco di equità, non possono cioè essere a totale carico di una sola classe di cittadini: quella dei lavoratori dipendenti.

Noi vogliamo fare la nostra parte in modo responsabile. Siamo pronti a rispettare gli accordi sottoscritti lo scorso anno ma anche, se necessario, ad adeguarli. Ci aspettiamo che il Governo faccia altrettanto. In questa logica siamo contrari a manovre unilaterali, a tagli sullo Stato sociale, a riforme delle pensioni, a tagli degli stipendi dei lavoratori della pubblica amministrazione. Per quanto riguarda il blocco del turn over, esso è così ricorrente, obsoleto e pieno di eccezioni che lo riteniamo scontato ed inutile.
Condividiamo invece il fatto che la classe politica debba dare l’esempio. Riteniamo però che per dare l’esempio sia necessario intervenire in modo diverso che con un fantomatico taglio delle indennità che, peraltro, sarebbe facilmente recuperato in altri mille diversi modi. Questo non è il momento di fare demagogiche proposte che suonano come prese in giro per quelli che non hanno altro introito che il proprio salario. Questa è l’ora di tagliare le spese sul serio. Se la politica vuole dare l’esempio deve innanzitutto diminuire i propri costi e le spese riducendo il numero di Deputati e Senatori, abolendo gli enti intermedi inutili, riducendo il numero dei Consiglieri regionali provinciali e comunali, approvando regolamenti che impediscano la nascita di finti gruppi parlamentari e consiliari, diminuendo il numero dei portaborse stipendiati a carico dei contribuenti che a tutti i livelli sono messi a disposizione della politica. Per i lavoratori è mortificante sentire che, come nel caso del neo eletto Consiglio Regionale del Lazio, per ottenere finanziamenti pubblici gli eletti costituiscano fantomatici gruppi consiliari formati da un unico soggetto (legge o regolamento su cui andrebbe fatto un serio esame di coscienza).
Noi vogliamo fare la nostra parte. Se il Governo aprirà un tavolo di confronto con le parti sociali siamo pronti ad ascoltare le soluzioni individuate, ma nel frattempo avanziamo qui, quale contributo alla discussione, alcune proposte che nei prossimi cinque anni farebbero risparmiare molto ed in modo strutturale sia allo Stato che alle amministrazioni locali:
a)Riduzione del numero dei parlamentari nazionali e dei consiglieri regionali e comunali;
b)abolizione della possibilità dell’istituzione dei gruppi parlamentari e consiliari in deroga al numero minimo per la costituzione del gruppo che dovrebbe essere pari a circa 1/20 degli eletti, corrispondente alla percentuale di voti necessari ad entrare in Parlamento o nei Consigli Regionali e cioè il 4%.
c)abolizione dei consigli provinciali e sostituzione degli stessi con un organismo composto dai sindaci dei comuni della stessa provincia con l’espresso divieto di attribuzione di indennità di funzione o di carica e/o di erogazione di gettoni e rimborsi spese ;
d)abolizione delle Prefetture con il passaggio delle residue funzioni ai commissariati regionali di governo;
e)riforma delle forze dell’ordine con separazione delle funzioni e delle competenze. Attribuendo ad una forza le competenze statali federali ed all’altra quelle regionali e di controllo del territorio;
f)limitare ad ogni livello le consulenze e le esternalizzazioni ad una quota percentuale del rispettivo bilancio (ad esempio lo 0,75 % );
g)introduzione della responsabilità patrimoniale per gli amministratori di consorzi, aziende e società pubbliche;
h)utilizzo obbligatorio dell’open source nella pubblica amministrazione centrale e locale.
Tagliare le spese dello stato però non è di per sé sufficiente per rilanciare l’economia. È necessario rendere disponibili alle famiglie italiane le risorse per aumentare la propria capacità di spesa. Comprimere le retribuzioni dei dipendenti pubblici, viceversa, condizionerebbe la ripresa del mercato e farebbe entrare il paese in una spirale di recessione che lo porterebbe inevitabilmente alla depressione con effetti negativi anche sulla produzione e sull’occupazione.
Sino ad ora il Governo ha agito sul fronte degli incentivi ma questa leva, pur utile per il mondo dell’impresa, non si è dimostrata risolutiva per far uscire il paese dalla crisi e riportarlo in una fase di crescita.
I lavoratori, infatti, più che essere incentivati a togliersi qualche sfizio o comprarsi qualche bene di lusso che altrimenti non si potrebbero permettere hanno bisogno di sapere su quali risorse possono contare nel breve, medio e lungo periodo per poter decidere in piena autonomia i propri investimenti e pianificare gli acquisti diversi dalle necessità di sopravvivenza.
Per fare questo, riteniamo che il Governo debba incidere sulla leva fiscale riducendo in modo reale le tasse ai lavoratori. Per ragioni di equità siamo sempre stati favorevoli all’abolizione del sostituto d’imposta ma ci rendiamo conto per primi che, oggi, questo percorso è oggettivamente impossibile. Per questo riteniamo debbano essere percorse altre strade sia per raggiungere l’obiettivo di una leva fiscale più equa che, allo stesso tempo, permettere immediatamente ai lavoratori, ai pensionati e alle famiglie in generale un riallineamento della capacità di spesa agendo su tre fattori indispensabili per la crescita sintetizzabili così: casa, cibo e istruzione.
Proponiamo quindi che per i lavoratori dipendenti e i pensionati si debbano prevedere interventi fiscali che, spostando la pressione dal lavoro e dalle pensioni alle rendite finanziarie e alla tassazione indiretta, rendano accettabili i tagli alla spesa pubblica :
1.totale deducibilità fiscale degli affitti, delle bollette relative alle utenze di acqua luce e gas e telefono;
2.totale deducibilità fiscale di pane, latte, farina, pasta, riso e degli altri generi di prima necessità;
3.totale deducibilità fiscale di libri, oneri scolastici, supporti informatici e trasporti pubblici per i figli in età ricompresa nella scuola dell’obbligo.
Tali interventi sulla deducibilità, peraltro, costituirebbero una forma certa di lotta all’evasione in quanto la necessità delle relative ricevute obbligherebbe all’emersione molti soggetti fiscali oggi incontrollabili.
In tempi di crisi tutti devono fare la loro parte ma, il Governo, deve darsi delle priorità. Questa crisi – come universalmente riconosciuto – è stata provocata dalle speculazioni finanziarie. Sarebbe veramente anacronistico che a pagarne gli effetti fossero solo lavoratori e pensionati.

Distinti saluti.

Il Segretario Generale
Adamo Bonazzi

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